Cinque sonetti liberi

di Alessandra Paganardi

                                                                                                                                                         

FUORI ORARIO

Forse pensava a noi Claudio Baglioni

quando scriveva il suo Piccolo Grande

Amore. Pensava ai tuoi vent’anni

pieni di musica sulla salita

Sant’ Agostino, alle tue tre di notte

col mondo in testa tutto da rifare

azzurro e sveglio nel buio dei vicoli

ai miei nove anni – una pagina non scritta,

il mondo avanti a me tutto da fare.

Avevi proprio “il doppio dei miei anni”

non molto dopo, mille novecento 

settantaquattro – non lo sapevamo

che il tempo qualche volta sa aspettare 

due strani adolescenti fuori orario.

L’ULTIMA VOLTA 

Se sarà stata poi l’ultima volta

lo sapremo soltanto a cose fatte

un evento di cronaca o un tramonto

che lascia il cielo all’improvviso sporco 

se per l’ultima volta io specchiavo 

gli occhi nella tua acqua senza ombre

e l’ultimo metrò senza annunciarsi

mi deponeva su un binario scuro

l’ultima volta che non sapevamo 

se la bellezza in noi dalle radici 

eri tu oppure io ma non contava

e quando è stata quell’ultima volta 

che vivere sembrava naturale 

l’ultima volta, amore, che mi eri.

SONETTO DI ERIS

E ogni volta che non ti comprendo

è la parola che manca, non noi

quella parola che non basta al cuore

che pesa più del pensiero e si muove

lenta più della vita. E ogni volta

che non sono felice al tempo giusto

non è la gioia che manca, è il bicchiere

troppo piccolo per la meraviglia

che da te a me trabocca come un dono

temuto e provvisorio. Siamo frecce

sbagliate di un bersaglio irraggiungibile

qualcuno disse “un legno storto”. Prendo

l’asta che cade e sempre ricomincio

ad amare il traguardo all’orizzonte.

L’ONDA E LO SCOGLIO

A volte penso che cos’è un ricordo

– appena visto tu lo puoi comprare

oppure ti sorprende dentro un pacco

come un moderno miracolo. O l’ombra

che ti attraversa mentre passa un treno

poi si scioglie nel sogno effervescente

che l’alba porta via con la tua sete.

Forse il ricordo è la forma del niente:

quel niente che ti lasciano le cose

quando vogliono stare e poi vanno

via, tristi come vecchi. È l’incontro

fra lo scoglio e quell’onda di ieri –

soltanto ciò che più non è rimane.

A MIO PADRE

Guardando in alto ho capito per caso

che cos’è il volo. Non somiglia a niente

che sia un istante, una nuvola azzurra,

un velo, un lieve brivido sospeso

sull’ala del ricordo o sull’eterea

strada dell’infinito, a riscattare il peso

lordo della materia che s’incatena

alle leggi del mondo. Quello stormo

trascinato dal sangue in simmetria

militare verso un altro po’ di sole

mi racconta che non esiste il cielo

che il sogno è nelle scarpe e nelle mani

adesso e qui, nell’esatto destino

scritto nell’ombra di un corpo che cade.



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