uscivano a vita lentissimi

di Gabriela Fantato

uscivano a vita lentissimi*

(in viale sarca)

la linea a perdita di sguardo

si da’ potentemente grigia

di cubi: facciata d’occhi

senza mani alla finestra

(superficie disegnata

nel ripetersi di case a deserto

in sempre passi, uno su uno

segnato a dito sta l’azzurro

quella bellezza che ci buca

uno su mille: a sorte)

nella voluttà che convince a vivere

proprio qui sotto, qui da noi

in basso cielo dove la vita

come aria si consuma

e l’angolo ottuso della visuale

s’affoga da una riva della piazza

arrabattati ai giorni invochiamo

al nascere del mattino, ogni mattino

nella sapienza della pioggia

a marzo, sul tetto che la tiene

finché sarà l’estate a prenderla con sé

e stamo tutti qui qui buoni in riga

come infilati a tubo nel morire

**

(fughe)

esuli: nomadi: in corsa: in fuga

uscivano a vita lentissimi

a frotte veniano dall’acqua

come marea che insegue il flusso di luna

sino a quel punto che porta a un passo

là, tra il gelo e la parola

andavano verso quel filo di terra

che si perde cielo all’orizzonte

fuggivano con solo le orme a separarli

(restano ceste di cibo nel peso

delle ginocchia e ancora un sorriso)

molti, perdute le tracce dell’andare

stavano in letti lunghi, quasi il buio

li tenga uniti nella dolcezza o come morti

(le labbra aperte al giuramento

mentre il nome sa di stanze

lasciate al bianco dei ricordi)

si dice che un bambino vaghi

dentro il labirinto che la corsa

ha scavato nelle sue vene

(dicono che chiami qualcuno

ma è tardi, è già scappato via)

**

(come il ramarro o la formica)

di doppio volto è il ciclo

che non finisce e non inizia

nel mondo che ci tiene

doppio è lo sguardo al dopo e ancora

oltre la fine che impone

requie al patto d’esistenza

doppio è quel venire a luce

e darsi al vento in città non scelte

mai sapute: lasciate o amate

doppio è il passo del ramarro

immobile sul sasso finché

viene una stagione nell’amore

sempre la formica vive stretta

temendo una suola che la strappa

eppure va al passaggio e s’infinita

corpo in altri corpi

e molte volte attendere: mutare

* I testi sono tratti da: Il tempo dovuto. Poesie 1996-2005, editoria & spettacolo, Roma, 2005.

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