Il traduttore

di Sylvie Durbec

(traduzione di Lucetta Frisa)

Il traduttore*

«Una folla di malati attraversa la notte».

Tutto comincia con una poesia di Trakl tradotta da Marc Petit:

«Viaggiatore nel vento nero; dolcemente mormora

la canna morta

nel silenzio della palude. Nel cielo grigio

segue un passaggio di uccelli selvaggi;

diagonale al di sopra di acque oscure»

E continua con una poesia di Wilhelm Müller musicata da Schubert per il suo Winterreise. Questa poesia è stata riscritta (piuttosto che tradotta) da un poeta italiano, Attilio Lolini. A mia volta, io – ma chi si nasconde dietro questa parola così breve? – ritraduco dal tedesco e dall’italiano un verso che da allora non smetterà di accompagnarmi, da una strada all’altra, da una notte all’altra.

«Una folla di malati traversa la notte».

Titubanti e deboli ombre bianche, vi incrocio spesso nelle mie notti di insonnia quando decido di uscire a mia volta nelle strade per attraversare il silenzio, andando e venendo in città per calmare la mia inquietudine.

Fin dall’infanzia mi è sempre sembrato che la notte, più che un momento, fosse un luogo e spesso il luogo di una tregua, l’arresto delle battaglie del giorno, il riposo, la pausa. Forse è perché sono cresciuto in campagna, sotto la notte stellata distesa sopra i prati e le colline, sopra le fattorie addormentate dove si riposano bestie e persone. Molto presto ho conosciuto l’insonnia. Ma era sufficiente scivolare fuori per provare nel proprio interno la pace che regnava all’esterno, sfuggendo così al nervosismo di chi si gira e rigira nelle lenzuola senza trovare sonno. La notte cittadina è molto più spaventosa, la sua solitudine ha qualcosa di artificiale e pericoloso, mostri urbani acquattati nell’ombra, spostamenti furtivi e terrificanti, un mondo in apparenza fermo ma non pacificato. Forse sono tutti questi sonni mescolati all’insonnia che rendono malata la notte cittadina?

Da cui il mio gusto per quel verso strano che ho portato con me, masticandolo e rimasticandolo nel corso delle mie deambulazioni insonni.

«Una folla di malati attraversa la notte»

Di questa folla io faccio parte, mi sono detto traducendo la poesia di Attilio Lolini. Ombra pallida tra le ombre, scivolo più che camminare per raggiungere la coorte dei feriti che il sonno ha lasciato.

Da quando abito a Venise-sur-Rhône, ho rotto con le notti argentine e chiare, mai paurose ma amichevoli, presenze rassicuranti dalle dolci mani premute sulle mie spalle infantili a guidarmi nella foresta cieca dei miei passi – e continuavo a camminare tranquillizzato dall’oscura sconosciuta che mi ridava forza per affrontare il giorno luminoso. Ricordo: quella grande debolezza della notte illuminata dal sussurro della mia voce che a poco a poco diventa ancora più viva e mi ispira il soffio di un vigore nuovo.

Oggi la notte urbana non mi dà nessuna energia, nessuna voglia di vivere fino al mattino e mi spinge verso i miei simili, teoria di malati che la veglia raccoglie nelle strade e che errano, ciechi e invisibili come lo sono diventato io; in nessun momento la notte mi libera dalla paura e dalla stanchezza, ma ogni volta corro a ritrovarla come un amante l’amante desiderata.

A causa di questa strana mania (aggiunta a altre, come parlarmi da solo ad alta voce), ho a poco a poco rotto con la compagnia degli uomini e mi sono allontanato definitivamente dalle donne. Temo più di ogni cosa la loro chiaroveggenza, che mi dicano: sappiamo chi sei, un essere inconsistente, e avrebbero ragione. In questo momento sono soltanto un verso ripetuto nel corso delle notti e che riempie a poco a poco il mio cervello con la sua musica mortale. Questa malattia, appropriarsi o piuttosto essere ossessionato da una frase ossessiva, non è arrivata a poco a poco. Da adolescente, avevo la bocca e il cervello divorati da un’altra frase, venuta da chissà dove:

Là gettavamo delle pietre nel triste flutto.

Non ho mai saputo da dove mi fossero venute queste parole ma a lungo hanno occupato il mio spazio mentale, malgrado la difficoltà a memorizzare le poesie. Un frammento di un insieme perduto persisteva nella mia memoria, come oggi questo verso di Lolini. La traduzione mi si è offerta come una compagna, ossessiva come l’insonnia, ma rumorosa di parole silenziose e straniere, inestricabile come la notte. Eseguo il mio lavoro di giorno con ordine e regolarità, in modo da concentrarmi su questo nuovo esercizio, interamente assorbito da questa ossessione notturna di tradurre che mi rapisce a un’esistenza apparentemente ben regolata. Superfluo dire che l’esercizio della traduzione ha colmato in me uno spazio lasciato vuoto dall’amore e dalle droghe di tutti i tipi usate dai miei contemporanei. Una cosa si aggiunge alle altre.

Da quando sono tornato, ritrovo sul tavolo del salotto i miei nuovi amici: diverse edizioni di dizionari la cui presenza rassicurante conferisce alla stanza un’atmosfera di serenità che non aveva prima del loro arrivo. Quei libroni mi sembrano più necessari e nutrienti di qualsiasi altro alimento. Mangiare, come dormire, è ben poco interessante. Bisogna comunque concedere spazio a questi bisogni, due, tre ore di sonno, un po’ di pane e formaggio, un bicchiere di vino per la sete, e la libertà è acquistata a questo prezzo, del resto minimo. Tradurre per ore intere allontana la fame e il sonno e dà allo spirito come al corpo una finezza fino ad allora sconosciuta. Dopo aver ritrovato le ombre pallide delle mie notti, ritorno ai dizionari e ai testi da tradurre come verso un fuoco a cui scaldare le mie membra fredde.

Inseguivo un sogno: vivere sparendo nelle parole degli altri, sparire vivendo in maniera invisibile di giorno.

Tradurre mi aveva sedotto a causa di quello slittamento da una lingua all’altra, da un’identità all’altra: il traduttore, come invisibile cacciatore il cui nome stesso è scomparso a vantaggio dell’autore. Nessuna firma alle mie traduzioni, giusto il nome dello scrittore tedesco, italiano, inglese di cui mi sforzavo di rendere in francese il complesso intreccio delle parole e delle idee. Non so come mi è venuto questo pensiero. Perché non l’ho pensato prima? Conducevo l’esistenza degli altri uomini, mangiavo, bevevo, scopavo, ma senza felicità. A partire dal momento in cui mi sono messo a tradurre Lenz, Büchner, Trakl e tanti altri, le mie insonnie si sono popolate di resede nere, boscaglie, gelide fontane dove immergere il corpo bruciante per guarire dalla follia, figure graziose e malinconiche. Vedevo un’occasione da afferrare al volo: traducendo, quel poco che restava di me avrebbe finito per staccarsi come una pelle morta al momento della muta e la lingua del traduttore, libera da ogni impurità, avrebbe avuto la lucentezza di un osso ben levigato.

Tradurre, camminare.

Notti bianche.

La solitudine del traduttore è inevitabile. Chi potrebbe accettare la vicinanza con un insonne la cui ossessione consiste nel tradurre ogni notte poesie? I miei colleghi non mi fanno mai questa domanda. Una volta per tutte, la mia estraneità è ammessa nella misura in cui faccio quel che c’è da fare. Al di fuori di questo, noto senza particolare emozione la grazia di certi esseri, quelli più giovani, ma la loro bellezza non mi prende mai troppo a lungo.

Braccare il senso di una poesia è come correre dietro a un’ombra simile a quelle che inseguo ogni notte, prima di tornare a casa, tra l’una e le tre del mattino. Poi il giorno si avvicina ed è il tempo della traduzione. Mi metto al lavoro sul tavolo ingombro di dizionari e tiro il filo fino a formare un gomitolo perfetto, così come corro da un marciapiede all’altro, alla ricerca delle ombre malate di cui desidero ogni notte la compagnia.

Camminare: tradurre.

Quando ho scelto il poeta che intendo tradurre (Leopardi, Rilke, Dickinson), ho la sensazione di entrare in un tunnel dolce e prezioso da cui mi sarà necessario uscire con le braccia cariche di parole, avendo chiarito il mistero della poesia da tradurre. Appena chiarito, ne sarò cosciente. Arriverò, dopo lunghe ore di lavoro, lo so, a un limite che non potrò oltrepassare. Dovrò accontentarmi. Non mi resterà se non attaccarmi a un altro testo, altrettanto resistente. Certi uomini, suppongo, fanno lo stesso con le donne che seducono, passando dall’una all’altra nel momento in cui gli sembra di aver risolto il mistero della precedente, una corsa che somiglia alla mia, ma certamente più dolorosa e soprattutto meno produttiva. Infatti, ognuno dei testi tradotti lo invio a riviste specializzate, specificando che il nome del traduttore non deve essere menzionato in nessun caso. Si tratta, ho voglia qualche volta di spiegarlo, di un’attività decisamente segreta. I direttori di riviste acconsentono senza problemi alla mia richiesta visto che non chiedo denaro e che le traduzioni sono abbastanza buone per i loro lettori. Fino al giorno in cui uno di loro, più accorto o più esperto, non si accontenterà più delle mie approssimazioni poetiche. Solo un vero poeta, si dice, può tradurre un altro poeta. Ora, io chi sono?

Un camminatore nottambulo, un impiegato modello.

Tradurre, camminare.

La notte scorsa, al ritorno da una di quelle passeggiate notturne che compio ogni notte seguendo un itinerario preciso, ebbi di colpo una sorta di rivelazione. Il verso di Wilhelm Müller riscritto da Attilio Lolini e ritradotto da me, non aveva il senso che gli avevo dato. Falso senso o, peggio, controsenso?

Mi trovavo in quel momento della mia peregrinazione in rue Rouge. Un tale nome può far sorridere o preoccupare il passante distratto. Non un traduttore. Red street, via Rossa, Rotestrasse. Nella notte, quel termine rosso, dal colore brillante, svela l’errore che ho commesso. Succede spesso, quando si traduce, che si legga troppo rapidamente un testo che sembra tanto facile da tradurre. Così l’errore diventa possibile. Ho preso per ha preso, per esempio. Non è che all’ennesima lettura che d’improvviso l’errore balza agli occhi e il traduttore, vergognoso e confuso, tenta di riparare al suo errore perché, al piacere vivo del tradurre, s’aggiunge la paura del ridicolo e di mostrare la propria ignoranza della lingua di partenza. Quel che porta il traduttore nella foresta dei testi da tradurre, è il suo bisogno di luce. Rendere al testo la sua leggibilità originale conservando il mistero che gli è proprio.

Stupefatto, fermo in rue Rouge per la confusione, avevo appena capito il mio errore di traduzione. Consisteva, mi pare, nell’impiego del verbo traverser in francese per l’italiano attraversa nella poesia di Lolini:

Stinta città, stinta notte,

Una folla di malati l’attraversa

Ondeggiano e non é altro

Da questo andare e venire

Questo sogno di te

Che non esisti ma che sei vero.

Winterreise. L’inverno come un viaggio in lingua italiana, come una notte bianca. Per un breve istante ebbi finalmente l’impressione di capire il senso della poesia, ben al di là della traduzione in francese. Scoprivo, mi sembrava, che il mio errore aveva prodotto in me tutta una serie di errori di cui la mia presenza in piena notte in rue Rouge non era il meno significativo.

Che cosa ci faccio là? mi sono domandato, nell’ora in cui gli altri malati, miei contemporanei, attraversavano a loro volta la notte?

L’incongruità della mia presenza in rue Rouge mi parve enorme. Mi sono messo a sudare come tutte le volte che mi sento ridicolo e le guance mi scottavano. La mia esistenza non aveva acquisito quella leggera invisibilità che cercavo fin dall’inizio della mia passione per la traduzione. Bisognava che mi sbrigassi a tornare a casa per rivedere la traduzione della poesia di Lolini che per fortuna non avevo ancora inviato alla rivista che doveva pubblicarla. Comunque, esitai prima di riprendere la strada del mio appartamento. Dovevo abbandonare i miei andare e venire nelle strade della città ormai deserta? Era quello che intendeva dirmi la rue Rouge? Torna a casa e riprendi con pazienza il tuo lavoro di traduttore ! È passato il tempo delle tue passeggiate notturne. Sii più fedele e meno vanitoso.

Cambiare la mia vita notturna? Tutto questo a causa di un infelice errore di traduzione?

A mo’ di punizione avrei potuto essere mutato in albero all’angolo tra rue Rouge e Boulevard des Lices. Le braccia trasformate in rami, la testa, cima piegata sotto il vento, i piedi radicati nella terra sotto l’asfalto del marciapiede. Non mi sarei sorpreso. Il busto imprigionato dentro un tronco, la pelle indurita sotto la scorza. Che cosa sarebbero diventati i miei desideri, i miei pensieri di traduttore?

Oppure mutato in cane. La deambulazione mi sarebbe stata concessa ma, proprietà di un padrone severo, avrei dovuto subire la sua legge, incatenato a una cuccia o a un’abitazione. Da quel momento tutti i miei pensieri sarebbero stati quelli di un prigioniero.

Non accadde niente del genere. Ma ne dedussi che dovevo rinunciare alle mie peregrinazioni insonni.

Malati, ho gridato nella notte solitaria, dove siete mai, che io vi raggiunga ancora una volta, fratelli di cui vedo attorno a me solo l’assenza?

Poi, ritornato alla ragione, ho ripreso la strada dell’appartamento. Ed eccomi di nuovo di fronte al testo di Lolini. Attraversare la notte, la città, la vita? Come i malati di Lolini, come i pazzi, gli insonni?

Al mattino ho preso una decisione. Andrò a trovare Guglielmo, il professore d’italiano del liceo di cui sono stato alunno. Mi darà sicuramente dei buoni consigli, per lui attraversare non sarebbe un problema. Dovrei riprendere i contatti, procedere per tappe, non spaventarlo con un eccesso di precipitazione. Essere paziente. Sforzarmi di apparire il più normale possibile. Sono un traduttore che dubita e ha bisogno di un consiglio, Guglielmo, potrebbe ricevermi? È a proposito di una poesia di Lolini. Accetterebbe, ne sono certo. Lusinghiero essere sollecitato a questo modo, mi pare. Non è a me che dovresti domandare un aiuto simile. Aspetto, pazienza.

Seduto al tavolo del mio studio, circondato dei vecchi amici dizionari, riprendo la poesia da tradurre. Quanto tempo mi ci vorrà? Non lo so. Ma la luce del giorno mi aiuterà, il sole entra nella stanza e noi finiremo la traduzione insieme. Lui, il sole, e io il traduttore. Poi prenderò appuntamento con Guglielmo e potrò scegliere una nuova poesia. Finalmente.

Une foule malade traverse mes nuits.

*Il testo è tratto da: Sylvie Durbec, Fughe, I libri dell’Arca, Joker, 2006.

**

I libri di Sylvie Durbec nascono durante o al termine dei suoi viaggi. Ma in Fughe il viaggio è più speciale e affascinante. L’autrice ne fa un personalissimo “diario di bordo” sulle tracce di grandi scrittori da lei molto amati: daLenz a Walser a Sebald,viaggiatori inquieti se non addirittura folli, costretti sempre a fuggire per ragioni di sopravvivenza ma anche per fuggire da sé stessi.

Rivivere le loro emozioni, è una sorta di affettuoso omaggio: ma è attraverso la metafora della traduzione come viaggio che il percorso della nostra viaggiatrice si arricchisce di nuove tracce e nuovi interrogativi. La letteratura,allora, non è che un grande viaggio condiviso, dove nulla è originale ma dove tutto, pur essendo già percorso e scritto, può ancora esserlo attraverso molteplici finzioni. Camminare e scrivere, apparentemente da soli, è in realtà un camminare comune, popolato di compagni e di ombre. Tutti i luoghi sono già carichi degli sguardi e dei passi dei viaggiatori che li hanno percorsi e ci hanno preceduto. (L.F.)

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