La vita si scrive

di Paule Thévenin

La vita si scrive1

Je ne suis pas celui qui a fixé de disparaître

sans laisser de traces sur la terre.

Je ferai au contraire disparaître

la terre avant de m’en aller

Non sono uno che ha deciso di sparire

senza lasciare tracce sulla terra.

Al contrario, farò sparire

la terra prima di andarmene

Antonin Artaud

**

L’autobiografia, se ci si attiene al significato preciso del termine, sarebbe la biografia di una persona scritta dalla persona stessa. Ma è davvero esatta questa definizione? La biografia, che è il racconto di una vita, dalla nascita alla morte, l’autobiografia non può che essere incompleta: è una biografia bastarda il cui tema non è il trapasso, ma il momento in cui scrive colui che si scrive. Concepita come il panorama di un destino, dovrebbe essere intrapresa da un vecchio le cui forze declinano, o da chi, colpito da male incurabile, sapesse di avere i giorni contati.

Le autobiografie risultano più veritiere della maggior parte delle biografie che, spesso, sono semplicemente vite romanzate che riportano aneddoti, quasi sempre sbagliati, ricordate per particolari la cui aderenza alla realtà è raramente dimostrata o dimostrabile, e che si vedrà ripetuta di biografo in biografo? In effetti, le autobiografie sono sempre selettive, sia che prendano spunto da un diario, sia che si basino unicamente sulla memoria. E la veridicità di ciò che rimane dipende unicamente dal carattere dell’autobiografo. Tuttavia, anche se egli si rivelerà un bugiardo nato, le particolarità della sua poca sincerità risulteranno altrettante rivelazioni, ed in ciò ogni autobiografia è più vera di una qualsiasi biografia.

«L’errore interessa il poeta, poiché solo l’errore insegna la verità», ha scritto Jean Genet.2 Dovrebbe interessare il lettore, per quanto poco possa dirsi poeta, e mostrargli dove si trova il vero. E si potrebbe arrivare a sostenere che più gli errori sono evidenti, più l’autobiografia si fa poesia e diventa, dunque, realtà, è così per alcuni passaggi delle Memorie d’oltretomba, che risultano ancor più vivi per il fatto di essere stati semplicemente immaginati.

Se si definisce l’autobiografia come ciò che si rivela della propria vita per la scrittura, se si ammette che non si riduce sempre e comunque ad una successione di avvenimenti catalogati, ma che può essere la relazione del dramma essenziale di una vita, certe opere possono essere considerate come frammenti autobiografici. In questo senso, la maggior grande parte de L’ombelico dei limbi, de Il Pesa-nervi e dei Frammenti di un diario d’inferno di Antonin Artaud, ma anche racconti poetici come Nostra Signora dei Fiori, Miracolo della rosa o Pompe funebri di Jean Genet sono delle autobiografie. Antonin Artaud espone la sua stravaganza mentale, Jean Genet la sua alienazione sociale, e ci rivelano di più sul loro conto che se ci svelassero il percorso quotidiano delle loro vite.

Che interesse potrebbe avere per noi un fatto di vita che non si imponesse a e per la scrittura, che non fosse capace produrre una vibrazione poetica, o di far nascere pensiero? Conoscere la realtà di fatto non riveste, d’altronde, che un debole interesse, se non, forse, perché sa metterci meglio in condizione di cogliere ciò che, in essa, si è trasformato in magia verbale. Ma basterebbe, per questo, una cronologia, molto meno sterile di quanto non sembri a prima vista, perché traduce meglio di ogni biografia ciò che ogni vita ha di complesso nel suo svolgersi nel tempo.

L’esempio di un fatto di vita che crea poesia, tanto più nel momento in cui avrebbe dovuto spegnersi, si trova nell’opera di Antonin Artaud: è la sua spedizione fra i Tarahumara, nel 1936, di cui si sa che è stata fatta davvero3 ed è durata quattro-cinque settimane. Appena ritornato dalla montagna, un po’ come avrebbe fatto un cronista, ha scritto di getto alcune relazioni: La montagna dei segni, Il paese dei re magi, Un razza principio, Il rito dei re di Atlantide che appare su un quotidiano di Città del Messico. Alcuni mesi dopo il suo ritorno a Parigi, all’inizio di 1937 redige La danza del peyote, partendo da impressioni ancora vive e verosimilmente dalle note prese sul campo, racconto dove rievoca un rito al quale è stato ammesso a partecipare e che, appunto per questo, è completamente autobiografico. È il periodo in cui decide di far sparire il suo nome, di non firmare più nulla di ciò che scrive. Nel settembre 1937, sparirà anche lui, in un altro modo, si perderà nell’anonimato profondo dei manicomi francesi, e non ci si può trattenere dal notare che questa scomparsa nei fatti è stata preceduta dalla sua volontà sparire nella scrittura. Dove è il “più vero”, il “più esatto” della biografia in questo caso? Dove si colloca il momento reale della scomparsa? È quando Antonin Artaud decide di sparire o quando la società si adopera affinché sparisca? Comunque sia, le tracce che ha lasciato di questa avventura fra i Tarahumara non devono sembrargli sufficienti poiché, nel dicembre 1943, vale a dire più di sette anni dopo, ritorna sul racconto dalla sua iniziazione al peyote in Il rito del peyote fra i Tarahumara, testo forse ancor più autobiografico che La danza del peyote, scritto come se non ci fosse stata nessuna cesura tra il 1937 e il 1943, come se gli avvenimenti che riferisce avessero avuto luogo il giorno prima. Più tardi, nell’ottobre 1947, poi nel febbraio 1948, una quindicina di giorni prima della morte, sublima la sua esperienza fra i Tarahumara in due straordinari poemi: Tutuguri. Il rito del sole nero e Tutuguri, dove il fatto di vita scompare a vantaggio della sola poesia, perché è lei che raccoglie la vita, che è esplosione di vita. È necessario per percepire questa realtà palpitante, per sentire bruciare la fiamma o scorre il sangue, sapere se il rito è stato celebrato effettivamente davanti a colui che scrive questa poesia in cui passa tutto il suo corpo?

È indispensabile sapere se l’assassinio del gatto, in Pompe funebri, corrisponde ad un fatto autentico della vita di Jean Genet? Interrogate l’autore su questo argomento: riderà, forse un po’ anche di voi, e risponderà: «Ma avevo fame…» e poi affermerà di avere, come Riton, mangiato il gatto. Essere rassicurati che tutto nasce da un fatto reale non vi farà andare oltre. Non sarà questo a farvi sentire la fame che assale Riton, ma il modo di cui questa fame vi è raccontata, il modo in cui questa fame è stata rivissuta per essere riportata a voi. L’uccisione del gatto è diventato un rito, un rito atroce che si svolge durante una scena terribile ma allo stesso tempo carico di tenerezza. Il giovane omicida è pieno di amore per l’animale sacrificato. L’uccide come l’accarezzerebbe. E quando, dopo averlo divorato per placare la fame, sconvolto dall’abominevole battaglia che ha dovuto affrontare per compiere l’omicidio, si sveglia nella notte in preda alle coliche, non è stupefacente che il gatto sia diventato per lui un dio invocato affinché cessino le sue sofferenze? La poesia oscura che anima questo racconto gli infonde una vita più violenta del semplice fatto che l’ha ispirato. A Jean Genet, probabilmente, non sono serviti che pochi minuti per uccidere il gatto, ma quanti giorni, settimane, mesi della sua vita gli sono stati necessari per fare rivivere la sua morte, quanto tempo ha vissuto con questo cadavere dentro di sé?

Così, la cerimonia del peyote fra i Tarahumara può essere durata parecchie ore, ma che cosa sono rispetto al tempo di vita che è servito ad Antonin Artaud per poter scrivere Tutuguri? La vita non è proprio questa durata? Il tempo stesso della scrittura, sia per le esperienze che implica, sia per il lungo lavoro interiore che richiede, non è anch’esso una realtà vissuta?

L’esistenza che gli altri vi vedono vivere non offre spesso che un ben misero interesse e la sua semplice evocazione altro non è che il riflesso della sua debole vitalità. La vita vera risulta assente. Chi scrive, ed ogni grande scrittore è anche un po’ poeta, assiste, per riprendere ancora Rimbaud, allo schiudersi del suo pensiero. Ciò lo porta a trasformare, a ricreare la sua vita quando scrive. E si capisce la necessità che preme Antonin Artaud, nel momento in cui riappare, vale a dire quando si rimette a scrivere, a ricostruire la sua biografia, a lavorare senza tregua, a rifarla più vibrante di miti, più carica di senso. Diventa questa trama fremente che attraversa i suoi ultimi testi. Allora, scrivere e vivere si confondono, e l’autobiografia non è altro che un raddoppio della scrittura. Riscrivere una vita già iscritta nei fatti. È ciò che ogni autobiografia dovrebbe essere: una specie di operazione magica da cui esce una nuova vita.

(Traduzione di Marco Dotti)

1 La vie s’écrit, in Simon Harel, a cura di, Antonin Artaud. Figures et portraits vertigineux. XYZ Editeur, Montréal 1995, p.13-16. Il volume raccoglie gli interventi svolti nel corso delle Journées internationales Antonin Artaud  tenutesi a Montréal tra i mesi di maggio e giugno del 1993.

2 Vedi, inoltre, Paule Thévenin, La trahison comme ascèse, intervista con Albert Dichy, “Magazine littéraire”, n. 313 (1993), p. 35-36.

3Jean-Marie G. Le Clézio mette invece in dubbio la reale permanenza di Artaud nella Sierra Tarahumara (vedi Il sogno messicano, trad. it. di Elena Raggi Regard, postfazione di Pino Cacucci, Mondadori, Milano 1993, p. 188).

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