Quella cosa chiamata poesia

Per Lorenzo Pittaluga (1967–1995)

Lorenzo è sempre in ascolto di quella cosa chiamata poesia (Jurij Ortèn). La forma poetica da cui si sente pervaso si modella attraverso di lui, sceglie lui per compiersi, ancora una volta, come destino – quel destino di cui i poeti sono umili strumenti, medium consapevoli ma maldestri. «La forma più complessa / che t’imbianca come neve / perplessa, versa in te / tutti i fonemi più splendidi, / la forma più completa / che bene si sa rimodellare / per avere una canzone propria, / l’atroce storia / del mio quarto di secolo». La «forma» della poesia si compie dentro il tragico destino di un poeta, dentro la storia “atroce” del suo quarto di secolo (a soli ventotto anni si toglierà la vita dopo diversi tentativi di suicidio e lunghi ricoveri psichiatrici).

L’idea poetica di Pittaluga, come osserva Elio Grasso, è quella di una «macchina perfetta e celibe, strutturata come congegno filosofico, in cui convergono i piani e le linee di un mondo unico». È l’idea di un poiein inarrestabile, inconsumabile, a cui solo la fine terrena potrà mettere un termine. Una sua raccolta postuma potrebbe risultare pressoché infinita perché, in effetti, non ha un punto d’arrivo e un momento d’approdo questo soliloquio in stato di trance, questo “stato di ispirazione permanente” da cui, ogni tanto, come schegge, si distaccano le poesie – frutti necessari, ma passeggeri. Ciò che conta è il crescere irrefrenabile dell’albero.

Il viaggio di Lorenzo potrebbe racchiudersi, emblematicamente, in uno dei molti, sentenziosi inviti di cui è costellata la sua poesia, e rivolti a un ipotetico tu: «Vai per sondare questa pista cifrata – / a caratteri doppi, fra eterno e quel/ poco d’acqua che ti ravvisa/ uomo del posto» (Gemella alla parola). Forse il «poco d’acqua» va inteso come il prodotto poetico: ciò che il poeta trattiene, sulla carta, dell’”eterno” a cui ha attinto per sondare una pista “enigmatica” e “cifrata”, dove ogni dettaglio è “duplice”.

La polisemia di queste poesie è evidente: la loro apparente ermeticità è una barriera di cristallo che, a frugare tra le parole, rischia di dissolversi in un pulviscolo di percezioni. Ma, come ci ricorda Sigmund Freud, «se gettiamo per terra un cristallo, questo si frantuma, ma non in modo arbitrario: si spacca secondo le sue linee di sfaldatura in pezzi i cui contorni, benché invisibili, erano tuttavia determinati in precedenza dalla struttura del cristallo. Strutture simili, piene di strappi e fenditure, sono anche i malati di mente». Le poesie di Lorenzo ci appaiono come aggregati chimici, strutture minerali che tentano di saldare quelle “fenditure” riportando l’individuo all’integrità perduta.

Opere: Arcobaleni tesi come redini (Genova, 1987); Marginali annotazioni di un ventriloquo di provincia (Genova, 1987); Arca di fiume (Silverpress, Genova 1994); Le ore della sete (Campanotto, Pasian del Prato 1995); L’indulgenza (Graphos, Genova 1997); La buona lentezza (Campanotto, Pasian del Prato 2000); Al termine di noi (Joker, Novi Ligure 2009); Sono la foce e la sorgente. Antologia poetica 1984-1995 (Italic Pequod, Ancona, 2015).

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