Sismografo

Ricominciare

Ci penso da mesi ma non trovo la frase con cui finirò il racconto. Ne ho scritte e cancellate parecchie, ma nessuna va bene. Mi siedo al tavolo e rileggo i capitoli precedenti: sono abbastanza fedeli a quello che intendevo esprimere, sono esatti e conclusivi, ma c’è bisogno di una frase, ora, che intrappoli il lettore, lo persuada a capire definitivamente. Ricomincio: «Per escludere…», ma la testa mi fa male, inizia uno strano dolore, dalle ossa dei piedi alla punta dei capelli, la mano destra si blocca, le dita cedono, lascia cadere la penna; la sinistra afferra il polso della destra, la imprigiona, la tiene stretta, finché il sangue stenta ad affluire alle falangi. La frase non posso finirla. Tutto resta sospeso. Le mani sono chiuse una dentro l’altra. Continuo a pensare alla parola che non riuscirò a scrivere. D’un tratto ricordo: quella parola è «il mondo». Ecco la frase intera: «Per escludere il mondo». Esauriente, lapidaria. Ma le dita si annodano, si bloccano: so come dare misura al romanzo, so come disporre i significati, so anche la frase finale, senza la quale tutto l’artificio della costruzione cadrebbe, ma non posso scriverla. Le dita restano sigillate.

Scrivere

Scrivo come se obbedissi al desiderio di trasformare il mondo. Per me è un esercizio di salvezza, durante il quale trovo quanto mi resta del corpo e della mente che, senza scrivere nulla, avrei perduto. Non sono né libero né prigioniero. Ho orrore della prigionia e mi smarrisco nella libertà. Continuo a rappresentare l’atto della mia liberazione, indugiando sui dettagli della fuga, rallentandone il tempo, non permettendomi di tornare all’orrore precedente ma non affrontando direttamente lo smarrimento futuro. Scrivo una lettera d’amore a nessuno, metto le parole su carta in piena notte, non le rileggo per giorni. Le parole, se tornano sporche e inguaribili, non so più dove metterle, come leggerle e decifrarle, sono piene e vuote, non morte e non vive, le posso gustare solo nel buio, non più scritte da me ma pronunciate, dentro il mio orecchio, dalla voce dell’altro: scriverle diventa il sogno ricorrente perché, se scrivo, riesco a sognare una voce che, finalmente, non sia la mia.

Ragione di vita

Si può cogliere un pensiero proprio mentre si forma, prima che diventi qualcosa da leggere o da vedere? Si può afferrarlo prima che si adagi nella sua forma? Ricordo che un pittore, nel Seicento, lavorava a un solo disegno, spaventato dalla possibilità che potesse diventare un quadro. Lavorava con ostinazione, inorgoglito che restasse imperfetto. Un suo amico, con pochi tocchi di pennello, lo concluse e lo intitolò. Quando lui vide tutto questo, snudò il coltello e lo uccise. Ai giudici gridò che si sarebbe comportato nello stesso modo contro qualsiasi traditore. «Ogni opera tradisce l’opera – urlava – e se obbediamo a qualcosa, obbediamo alla sua distruzione. Non dobbiamo rifinire. Spesso si parla dell’esecuzione di un’opera e per me è proprio così: un’esecuzione, una messa a morte. E’ sufficiente uno schizzo, un segno, per dire tutto. Se siamo esistiti, noi pittori, non è per avere illustrato Giuditta e Oloferne ma perché abbiamo visto il colore del sangue su qualcosa che sembrava delle mani, come nessuno prima di noi. Sì, lo abbiamo visto dentro la nostra pupilla, era più vero del vero. L’occhio è appannato, la rètina non mette a fuoco, continuiamo a sbagliare, ma il nostro errore è la nostra ragione di vita. La nostra verità. Quella resta sempre.».

La via

Nessuno può descrivermi la via con esattezza, perché quella via non porta da nessuna parte, c’è ombra della mia mano sul foglio dove le parole aspettano di descriverla, c’è luce sulla mia mano ma non proviene da nessun chiarore reale. Una via senza nome, senza linguaggio, mai descritta, percorsa dai ciechi e sognata dai vedenti. Non ne parla nessuno, nessuno ne parlerà. I soli viaggiatori sono due spettatori fermi dentro una sala buia, in attesa che il proiettore mandi il consueto ronzio – segno inequivocabile che il film è iniziato.

Verità

Vi ricordo, signori, che la scrittura è un’esperienza che non si lega unicamente alla fondazione di un linguaggio compiuto ma al provvisorio prendere forma di una visione personale: è la condensazione provvisoria di una visione notturna evanescente e inafferrabile. Prima della parola, dietro alla parola, si compie la decisione del linguaggio. La scrittura, attraverso le seduzioni e le finzioni del linguaggio, vuole sempre essere vera, come sono veri i sogni che incrinano le sicurezze della veglia mescolando passato, presente, futuro. Non si propone nessuna totalità da conoscere e da comprendere interamente ma è pervasa da una sotterranea incompiutezza, da un irriducibile segreto. Nel tentativo di chiarirlo, di trovarne la soluzione, trova altri segreti e altre strade, apparentemente estranei alle vie esplorate. Esiste attraverso un continuo errare che, se da un lato le consente di raggiungere, nelle forme dei testi, oasi di trasparenza e di visibilità, dall’altro la mantiene opaca e invisibile, come un misterioso miraggio di cui nessuno conosce la vera natura. Non è stabile terraferma ma arcipelago di terre sommerse, che esige uno sguardo discontinuo ma ossessivo. Non «opera completa», anche se ogni suo testo vuole esserlo, ma ogni testo è una voce che chiama un’altra voce, in un corale irriducibile al silenzio. Anche il silenzio continua a parlare. La scrittura è fatta di parole che continuano a parlare anche senza l’autore. La precisione o l’unitarietà del singolo testo presuppone una percezione stratificata, inafferrabile, dove chi scrive è spiazzato per sempre dalla sua opera, e quindi «segreto» anche a se stesso.

Sul bordo dell’aria

Puoi ridere, se lo vuoi, della mia assurda grafomania, ma è così. Ho scritto tanti e tanti racconti, tanti e tanti appunti sull’arte e sulla poesia, poi li ho stampati tutti, li ho ficcati in una valigia, come un serial killer i pezzettini di cadaveri delle vittime uccise nelle strade, sono salito sulla cima di un campanile, il più alto della città, e lì, mentre non mi guardava nessuno, ho aperto la valigia e via, li ho dispersi uno per uno, per farlo ho aspettato di essere solo, la solitudine è semplice e giusta in queste cose, li ho affidati alle correnti dell’aria lasciando che volassero dove volavano, la mia opera è il tempo esatto che il foglio impiega a sparire nell’aria, la mia opera sono io che cerco di perderla dentro e fuori di me, sapendo che dal mio sacrificio dipenderà qualcosa di straordinario e di bello, forse una nuova civiltà, io ci provo, dimentico testa, braccia, mani, mente, parole, non sono più uno scrittore, basta con il peso delle pagine, sono qui e parlo a nessuno, seduto sul bordo dell’aria, esattamente qui. Parlo e non dico nulla, neppure il mio nome.

Conferenza

Spiego, ai rari ascoltatori di una città di provincia, in compagnia dell’amico che mi legge e mi conosce da molto tempo, la mia idea di letteratura. Parlo di un luogo instabile, fluttuante, che non rassicura nessuno; di un luogo in metamorfosi dove le singole opere sono solo pezzi di un soliloquio ininterrotto, tasselli insoddisfacenti di un mosaico frammentario; accenno all’impossibilità del romanzo, al mio diario come a un journal da cui estraggo, di volta in volta, microracconti, saggi brevi, aforismi. Dico che la scrittura è un incubo permanente, un sogno fatto in presenza della ragione, e la vita lo strumento per realizzare quelle piccole apocalissi che sono i libri. Dico che l’identità dell’artista è essere vaso conduttore di infinite energie, come se un uomo, camminando in mezzo a una cascata, frastornato dal rumore assordante di milioni di particelle d’acqua, riuscisse a definire, a se stesso, il percorso di una o poche particelle, ma ognuna di esse risentisse della vibrazione sommersa delle altre. Dico che il cervello umano è un immenso e naturale palinsesto, dove si scrivono strati di idee, immagini, sentimenti, con la sensazione che ognuna seppellisca la precedenti, ma tutte invece restano vive. Dico che l’artista è un fabbricante di illusioni – ladro, messaggero, poeta, bugiardo. Poi fisso gli spettatori: se ne sono andati già tutti via. L’elettricista, dal fondo della sala deserta, sorride, imbarazzato.

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