Una Penelope esiste

«Perché sono tranquillo dentro le mura di Herisau? Lo devo spiegare proprio a te, mio caro Weiss, mio illustre curioso? La tua domanda non mi torna nuova. Un filosofo, non ricordo chi, consigliava di vivere nascosti. Sono tranquillo a Herisau perché sono libero di uscire e libero di tornare. Non ho mai compreso i vagabondi che si fermano infreddoliti in baracche sempre diverse, dove non hanno mai respirato prima, o sotto ponti gelidi, dove non arde la fiamma di nessun fuoco. Lo trovo inopportuno, scortese. Occorre sempre tornare nella nostra stanza, nella nostra casa. Fossimo anche su un cratere lunare dove siamo saliti grazie al soffio potente della nuova mongolfiera, dovessimo fare un viaggio tortuoso e lunghissimo fra boschi e crepacci e ci trovassimo a dormire all’aperto, in una radura fitta di erbe spinose, alla fine, però, potremmo sorridere se abbiamo un luogo dove tornare. Come si può vivere senza una casa? Herisau è la mia, ora. La condivido con altri, certo, non è soltanto un nido per scrittori inoperosi: la condivido e così sono anche meno solo. Certo, restassi sempre fermo qui sarei un idiota. Durante il giorno occorre camminare, camminare. E poi, ancora, camminare. Io vado sempre a piedi, la mente vacilla ma il corpo no. In fondo sono un po’ come Montaigne quando diceva che il vero assetto dell’uomo è stare a cavallo, è vedere il mondo in groppa a un destriero, oscillare il corpo secondo il suo trotto, traversare vedere bere un mondo che cambia sempre, instabile, cangiante, mutevole, con odori e luci sempre diverse. No, caro signor intruso, no, mio gentile visitatore, non potrei restare sempre a Herisau. Non sono un mobile. Non sono un vaso. Non sono una gamba del letto. Io vibro. Io sono una pianta che sussulta. Posso anche tenere il dolore fermo, con radici di legno e di ferro, ma l’anima volteggia, chi la può fermare? Non sono un oggetto della casa. Sono un uomo superfluo, a cui né strada né casa interessano, ma solo le grotte, le fessure, le stalagmiti della mente. Lo traverso, il mondo, a modo mio. E come fare, se non così? Un tempo mi piaceva dire nei libri tutto questo (anche ora mi piace), ma ora me lo tengo segreto, nella mia minuscola scrittura. Ogni macrocosmo è microcosmo. Ogni foglio, piccolissimo, resta invisibile se prima il lettore non lo decifra. Ogni uomo è un libro in viaggio. Qui con me, nel mio cuore, ci sono miriadi di fogli, montagne e oceani di fogli, vertiginosi romanzi d’avventure. Cammino fra le case ma anche fra le pietre dei fiumi, magari domani fra gli scogli del mare. Percorro una mai consueta odissea. Ma dopo devo, dopo devo, dopo devo tornare. Capisci l’importanza, mio caro visitatore, mio gentile intruso, l’importanza di quello che ti sto dicendo? La casa è sì il dolore di chi ci sta dentro, murato nei suoi intimi pensieri, indolenti e terrorizzati; ma è anche nido dove piegare le piume, finalmente, dopo il lungo volo per gli spazi del cielo: luogo di silenzio e di speranza; parete dove le proprie voci si fermano come graffiti.

Troppe volte ho vagabondato pensando di essere uno scrittore che fa i suoi giusti percorsi e poi metterà a frutto le sue passeggiate con opere pensose e delicate, fatte di belle frasi, cariche di insegnamenti positivi. Ma col tempo mi sono accorto che non ho nulla da insegnare a nessuno. Sono i cani, i gatti, i fiori, le foglie, le rondini, le aquile, le farfalle, l’universo intero a insegnarmi come si fa, finalmente, a non essere uomo fra gli uomini, padrone fra i padroni, violentatore fra i violentatori. Disobbedendo con mite (ma proprio mite?) violenza. Se sapessi come mi è sembrata inutile la mia sterminata opera, che forse leggeranno studiosi che non esistono più, vissuti in secoli passati. Credo siano più utili le lettere che spedisco ai miei lontani interlocutori: le lettere sono messaggi da casa a casa, da terrazzo a terrazzo, da continente a continente, da galassia a galassia, sono segni, scintille, fuochi: sono il sollievo da quella catastrofe che è sempre la vita, se la prendiamo alla lettera, se la vediamo per quello che ferocemente è, senza nessuna magia, senza nessuna mongolfiera gonfia d’aria celeste. Le lettere: piccoli saluti, deboli congedi. La vita è sempre e solo un cenno, un congedo, che talvolta non viene quasi visto.

Quando tu, caro intruso, uscirai di qui, quando abbandonerai le mura della mia casa, vòltati. Se sarai molto attento e mi vedrai, io ti saluterò. Non ricordare le mie parole, mi raccomando, ma il mio saluto di ospite volontario della casa. Ospite pronto a tornare nomade, a passeggiare ancora fra sassi e foreste, ma che poi inevitabilmente tornerà, qui, proprio qui, perché solo qui ci sono i folli, gli amici, i veggenti che possono parlargli. Tu sai che Itaca, per Ulisse, non era lo scoglio pietroso di cui ci dicono le carte geografiche ma il mitico e splendido nido da cui estirpare il male con le mitiche frecce omicide e riconquistare il grande letto con la sposa paziente. Non so se io sarò mai atteso da qualche Penelope o se troverò mai la mia Itaca. Ma facciamo finta che.

In fondo una Penelope esiste sempre per quei viaggiatori che non si perdono fra le Simplégadi, che non sono ammaliati da filtri e amori, ma tornano là dove sono sempre stati. Importante sarebbe ricordare dove si è stati. Ma non chiederlo a me. Non a me. Non a me. Io ne ho perso memoria e così resto qui, dentro le mura, e saluto chi arriva, intrusi, sconosciuti, navigatori, amici. Invitàti senza invito. Persone che non uccidono e non possiedono. Che si perdono sorridendo e fissano, talvolta, quel mare bellissimo e scuro. Perché laggiù, ne convieni con me, giovane Weiss, c’è il mare. Ma c’è il mare? Non è che mi inganno, ancora una volta?».

EPSON MFP image

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