Walser a Marsiglia

di Sylvie Durbec

Walser non è mai andato a Marsiglia. Per modestia.

Uomini troppo importanti ci avevano vissuto. Non poteva mettere le sue orme sopra le loro.

In Svizzera fu informato della morte di Odon von Horvath, ucciso da un albero sui Champs-Elysées, durante una tempesta, dopo aver visto l’ultimo film di Walt Disney? Non ne so nulla. Ma si rifiutò energicamente di andare in un luogo che aveva visto vivere e morire tanti grossi personaggi: gli era impossibile confrontarsi con loro, lui con quel desiderio che lo spingeva sempre verso il minimo. Piccole prose, microgrammi. La sparizione, quasi. Ma una presenza che si fortifica a contatto della vicina foresta come in Die kleine Schneelandschaft. Allontanarsi dal centro, scavareuna galleria per ricongiungersi alla periferia dalla tuonante Germania alla Svizzera seriosa, là dove sta la gente umile, intenta a compiti necessari. Scrivere diventa un lavoro, il più possibile modesto, un lavoro che dà il senso di occupare un piccolo posto, quello adeguato, in una società laboriosa ed economa. Andare sempre più lontano vuol dire allora restare fermi. La Svizzera come un mare interno, come una lingua nuova in cui immergersi. Invece di andare a Parigi, Walser si accontenta di percorrere in su e in giù un pezzetto minimo di Svizzera, col suo vecchio amico Carl Feeling, con molta regolarità,da Heriseau a Saint Gall e da Saint Gall a Herisau. Per limitare ulteriormente la sua esistenza, per sminuirla senza sopprimerla, Rober Walser visse in un ricovero di alienati, poi in un ospizio dove fu ospite dal 1933 al Natale del 1956, data in cui fece la sua ultima passeggiata, ma senza il compagno rimasto a Zurigo per curare il suo cane ammalato, e dove cadde col naso nella neve, circondato da alberi neri.

Je revins…

I cani occupano stranamente un posto importante nelle passeggiate di Walser. Lo testimonia l’incontro, all’uscita di Herisau, nel Natale del 1954, con un colley che parve riconoscere in Walser un compagno, un vecchio amico, e lo fece oggetto di forti dimostrazioni d’amicizia, per tutto il cammino. In un dipinto di Hopper, c’è lo stesso cane che una coppia osserva con discrezione. O ancora, in una capanna, un fox-terrier che lo tratta con amicizia. E quel Blass che annusò il cadavere dello scrittore nella neve, mostrò molto nervosismo, a quanto riferì la sua giovane padrona, nel punto della salita che conduce alla fattoria dei Mansers.

Dalmata, colley, fox-terrier. Cani, come altrettanti compagni di strada .

Durante circa una trentina d’anni, la libertà dello scrittore resta intatta. Libertà di continuare a viaggiare restando in piedi, camminando-dormendo, e imitare gli alberi, questi grandi misuratori del tempo. Perché gli alberi sono dei danzatori, viaggiatori mobili e immobili.

Abeti, larici, faggi. Alberi come altrettanti fraterni compagni.

A Marsiglia il poeta non correva il pericolo di incontrarli, a parte il mare e i capitani svizzeri ella marina mercantile. Conrad è partito, Anna Seghers anche, Jack Kerouac non verrà in quella città che nel 1957.

La città è allora un deserto. Gli alberi delle navi disegnano una foresta pietrificata di sale edi sole. Solo l’isolotto d’If avrebbe potuto costituire un rifugio per il poeta corridore. Ma per andare sul mare occorre una lunga consuetudine, e non è forse troppo lungimirante, troppo orgoglioso voler sfoggiare così un talento fuori del comune? E poi l’evasione spettacolare di Edmond Dantès, è una scalogna per chi cerca un rifugio lontano dalla confusione. Si temono le spiegazioni dei guardiani, la loro gaiezza letteraria. Si preferisce il buio del mare, la notte. A Walser sarebbe piaciuto costeggiare le banchine in compagnia delle ombre, passeggiare nel quartiere piatto del porto. Tutte queste sparizioni gli avrebbero ricordato il vecchio mondo conosciuto per sette lunghi anni, a Berlino.

Dovremmo poter incontrare la bellezza almeno una volta in una giornata,mi dico, ripetendo le parole di Fernando Pessoa. Intendo avere almeno la possibilità di avvertirla. Non che essa sia nascosta, rubata ai nostri sguardi, assente al mondo che ci circonda, ma i nostri occhi sono più spesso accecati dalla nostra stessa banalità. Noi ci trasciniamo dietro, nelle strade e nelle case, le nostre misere abitudini, le nostre impotenze quotidiane che ci rendono ciechi, malati, così come il dominio il più delle volte ci sfugge. Dovremmo, almeno una volta nella giornata, incontrare la bellezza fino a provarne una gioia profonda, inusuale e pura di un desiderio ben diverso che non sia quello di poterla vedere e rivedere ancora, senza preoccuparci di possederla né di conservarla, no, vederla soltanto provando questa gioia stupefacente di ricongiungimento. Il vento agita gli alberi ed ecco che avverto, in un vetro, il riflesso di questa felice agitazione. Le ombre capovolte degli alberi, il movimento del fogliame nell’approssimarsi della notte, tutto questo mi riempie di una tale gioia che le lacrime mi riempiono gli occhi, nascondendomi quella bellezza avvertita nello specchio. Per oggi, mi dico, prima della notte totale, ho intravisto un po’ di bellezza: le mie angosce si calmeranno e il sono verrà a liberarmi del peso della terra. Del mio proprio peso sulla terra. Ascoltando Fernando Pessoa che è morto da più di sessant’anni, ecco che cosa mi sono detta. Altri oltre me lo ascoltavano, ma quando il poeta ha taciuto, hanno sgombrato molto presto, come per sbarazzarsi della sua presenza. Che cosa temevano di lui? Mi sono chiesta perché erano accorsi in gran folla allo scopo di ascoltare la sua intranquillità, contendendosi dei posti come ossi da rosicchiare per poi fuggirsene alla prima occasione, correndo a liberarsi di tutti quei mali, quelle parole di poeta.

In quanto a me, è del mio proprio peso che ho bisogno di essere liberata.

Walser cammina per Marsiglia, ora. Lo vedo imboccare la strada del giovane Anacharsis e sorridere, pensando a Kleist e a Goethe. Lo ascolto rispondere pazientemente a degli interlocutori invisibili:

il poeta non cerca la bellezza comune e armoniosa, tramonti, facciate pulite e colorate, isole gloriose, bellezze facili che cercano i viaggiatori frettolosi. Non ha nessun bisogno di perfezione. È un altro genere di bellezza che lo fa affrettare nelle strade della città, non lontano dal porto. Sa che la può scoprire da qualunque parte, all’angolo delle stradine, nello scorrere delle acque consunte, nel turbinio delle mosche, il grido roco dei gabbiani. Sa la bellezza della delusione e ne vuole gustare ancora e ancora, in assoluta modestia.

Walser cammina perché la passeggiata è per lui esercizio di poesia e Marsiglia assomiglia a un libro dalle pagine che girano da sole, ma certe sono troppo piene di parole, e altre bianche, così bianche che ci vorrà l’inchiostro delle seppie per coprirle di scrittura nera. Si provvederà, pensa Walser, nessuna impazienza, solo malinconia. Continua la tua strada, piccolo marciatore notturno, passeggiatore di città. Ogni tanto, si ferma in un bar di notte e beve lungamente. Nessuno cammina al suo fianco, ma il suo passo è allegro. Se comincia a nevicare perché non intraprendere la scalata del monte Ventoux? Succede che in estate cadano grandi quantità di neve che un giorno di canicola basta a cancellare. Ma prima della sparizione si può pestare coi piedi seminudi la neve fragile e sentirsi sulla faccia il pizzico del freddo felice dell’infanzia. Non avremo nessun rimpianto, nessun rimorso di fronte alla bellezza della montagna. Dio non ci accompagnerà. E Petrarca, sistemando i suoi sandali, dimenticherà il suo dolore e giusto il tempo di raggiungere la pianura che rivedrà la bellezza del mondo ai suoi piedi.

Io non cammino. Un cane lecca il mio sangue che gocciola nel cataletto di scolo. La mia testa è ferita. Questo inchiostro che esce da me è rosso. Posso scrivere una poesia con lui? Nessuno risponde. Mi portano in un ospedale, lontano da Walser che continua a bere mentre il suo viso si infiamma, e mi ricordo di un amico che mi ha parlato del suo desiderio di abbracciare e di essere abbracciato, e noi ci siamo toccati, oh appena, la mia mano sulla sua spalla, poi sulla guancia. Questo amico vuole cancellarsi, mi confessa, è la sua risposta al problema, come Walser, come Dickinson. Il bianco, il ricovero, la sparizione consentita. L’alcol aggiunge una tensione nella camminata che accelera spesso la caduta, e porta i personaggi influenti ad agire per fare internare i marciatori ebbri della loro velocità, come Walser a Berna, Hölderlin a Bordeaux, Pessoa a Lisbona. E il mio amico della notte di Avignone. Data l’ora, vogliono trattenermi in ospedale a causa della mia ferita. Ma rifiuto. Nessuna notte è tanto libera quanto quella in cui si torna dal più lontano verso il più vicino, camminando completamente soli nella notte, facendo risuonare il passo sull’asfalto, non dimenticando di fermarsi ogni tanto per esprimere gratitudine agli alberi delle città che sono come i fratelli delle foreste, agli amici marciapiedi, infine all’assenza ovunque presente e ritrovata. La neve calmerà la mia testa febbrile e sofferente. Mentre la neve e i miei passi sprofondano nel sottile involucro, sì, con Walser di lato, forse anche col mio amico fotografo, saremmo stati contenti di arrivare insieme in cima al monte Ventoux, malgrado il vento gelido. Avremmo lasciato Marsiglia in treno e dopo…

(Il testo, tradotto da Lucetta Frisa, è stato pubblicato in Fughe, I Libri dell’Arca, Joker, 2006)

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