Etopeia

di Carla Benedetti

Pisa, 17/7/1998

Caro Marco,

[…] La maniera con cui tu riesci a dar voce a scrittori del passato e a farli rivivere, con la loro visione, la loro maniera di concepire la scrittura, e i loro “massimi problemi”, fa sognare il lettore contemporaneo, ma di un sogno molto antico, come quello che forse coglieva gli antichi spettatori di un dramma. Noi sappiamo già chi sono i personaggi, conosciamo la loro vicenda, la maniera in cui hanno risposto ai “nodi” dolorosi in cui sono incappati: Gogol, Belinskij, Blok, Celan, Bachmann etc. diventano così come i personaggi di un mito, a tutti già noto, che ora viene di nuovo messo in scena, attraverso le loro stesse parole. Come lo spettatore antico di un dramma, il lettore dei tuoi “apocrifi” (ti dirò dopo perché metto la parola tra virgolette) ascolta così il discorso del personaggio, in quella data situazione, a lui già nota: che cosa avrebbe detto Edipo ad Apollo quando… che cosa avrebbe detto Gogol a Belinskij se… Così mi pare che i tuoi testi rientrino perfettamente in quel tipo di componimento che la retorica antica classificava come etopeia o sermocinatio, e da cui è forse nato il dramma, come mimesi del discorso del personaggio. Ora, la sermocinatio è un fenomeno di aversio dal locutore, e come tale può servire più padroni. Può servire a costruire il dramma. Ma può anche servire all’oratore come “ironia tattica” nei confronti dell’avversario. L’ironia da simulazione (simulatio) – dice Lausberg – può essere considerata anche come sermocinatio nella maschera dell’avversario. Ed è da questo secondo uso, non mimetico ma ironico, non sognante ma tattico, che viene, secondo me, l’effetto di apocrifo, quello che ho cercato di descrivere in Calvino e in altri scrittori postmoderni. L’effetto di apocrifo è in fin dei conti un fenomeno di aversio dal locutore, ed è sì un fenomeno di sermocinatio, ma dispiegato a fini tattici, difensivi, di mascheratura. Nei tuoi “apocrifi” invece non c’è né ironia difensiva né uso tattico-oratorio. La sermocinatio è qui dispiegata a fini drammatici, è una vera e propria etopeia, e questo è ciò che più mi affascina nei tuoi esperimenti di scrittura.

L’effetto di apocrifo è per me una sorta di rimedio nel male, e il male è l’epigonalità: una scrittura appesantita dal dover fare i conti, autoreferenzialmente strategicamente, con la letteratura del passato, e a gareggiare con essa. Nei tuoi testi, invece, la letteratura è invece ripercorsa con tutt’altro sguardo. Non uno sguardo epigonale, ma fresco e sognante. Ti interessano non gli stili ma gli individui e il loro essere al centro di nodi drammatici che si ripetono come degli universali: negli antichi, nei moderni e nei postmoderni – nodi di cui l’arte e la letteratura serbano memoria. È il teatro dell’uomo, di questo strano animale dotato di corpo e di pensieri, che torna a interrogare il mistero del mondo in cui vive senza averlo scelto, che si ingegna a trovare le risposte, che produce incubi, sogni e patologie, di cui appunto l’arte e la letteratura ci testimoniano nella loro lunga storia […].

Un caro saluto

Carla

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