Un poeta. Punto

di Chiara Daino

M.E.

Un vero autore vive come «sospeso dalla vita», è strumento attraverso cui passa l’energia della metamorfosi e della sovversione. Scrive Cioran: «La percezione è apoplessia». Secondo te, esiste una scrittura come ek-stasis? E quale potrebbe essere la sua musica?

C.D.

Un vero autore è un autore vero quando è consapevole dell’emorragia interna e costante che sussistere come antenna comporta: «farsi filtro» e convertire in Bellezza tutta la gamma sensoriale non è mai così piacevole come può sembrare ad un’anima miope. E sempre Cioran chiarisce e chiarifica il sangue scuro di chi vive scortecciato per mettere a segno parola: «E cosa fai dalla mattina alla sera? Mi subisco».

La scrittura è sempre estasi in senso etimologico, originale e greco: ἐξ στάσις, essere fuori, uscire di sé e dal sé concluso in un perimetro che non trascende i limiti fisici della propria cinesfera, appiattendosi nel recinto quadrato dell’uomo di Leonardo.

La musica estatica non ha generi, ma solo canoni. Di trascendenza.

**

M.E.

Se non dimentichiamo che l’Allegria di Ungaretti fu scritta da un giovane di 28 anni, che Büchner e Trakl morirono a 24 anni lasciando un’opera che non può essere dimenticata, e sfiorando appena l’enigma Rimbaud che a vent’anni aveva concluso il suo processo creativo, dovremmo reinterrogarci sul concetto di maturità e di giovinezza, oltre i preconcetti generazionali. Qual è la tua opinione in proposito?

C.D.

«La giovinezza, una novità. Nessuno ne parlava vent’anni fa»: Divina Coco che riassume tutto quello che potrei dire e che dirò comunque.

Mai capito, ad esempio, il clamore ciangottato per Il curioso caso di Benjamin Button. Al di là che la buonanima di Scott Fitzgerald, ora, lega il suo nome anche a quello di Brad Pitt, dopo l’omaggio (?) di Luciano Ligabue [autore de La neve se ne frega, Feltrinelli, 2004.E qui chiudo la parentesi e ogni commento in merito giacché scrivere libri ormai è fisiologico e universale come urinare], non capisco. Al di là del risultato cinematografico e del mio personale salvare solo il Capitano Mike Clark – non capisco tanto sensazionalismo perché, negli ultimi trent’anni,in Italia, la normalità è questa. La realtà è questa: l’età avanza, la gioventù aumenta. La Penisola vanta “giovani poeti” di quasiquaranta primavere, “giovani pittori” di quarantabbondanti, “giovani musicisti” sessantasuonati, et cetera…

Ben conscia che si possa rimanere “esordienti” a vita, così come iniziare un qualsivoglia percorso alternativo [artistico o meno] in qualsiasi punto della propria esistenza, è proprio necessario l’uso forzato di questo attributo? Non capisco: non si potrebbe – almeno ogni tanto – evitare questa corsa a ritroso verso l’utero?

Ai miei timpani turbati – l’aggettivo “giovane”, ormai, bussa e suona come un dispregiativo. E suona con tre g. E ho il terrore di tutti questi gggiovani pieni d’ammmore, pronti, però, a linciarti – se solo osi rivolgerti a loro dando del «Lei»… [La mia vecchia nonna mi insegnò che «dare del Lei» agli sconosciuti è una forma di rispetto, evitando il «tu gerarchico». Evidentemente fu uno sbaglio educativo, uno dei tanti].

E ancora: non capisco. Un attore – mezzosecolo portato divinamente, ma sempre mezzosecolo – si scandalizzò perché la mia data di nascita è pubblica: «un attore ha l’età che dimostra!», tuonò. E che cosa dovrei scrivere sul curriculum alla voce “nato/a il”? «Guardate le mie foto e fate vobis?». Un autore precisò, stizzito e fiero: «dimostro dieci anni meno, mi scambiano per un ragazzino!». Cosa devo dirti? «Non fosse per quel piccolo dettaglio, per quegli otto lustri – che comunque hai –, saresti un prodigio della letteratura…».

Credevo che «giovane per sempre» fosse una qualità mentale, una sempreviva e sempreverde curiosità creativa, una frase di Alba Fragile (Ultima Notte Sulla Terra) dei Timoria… Credevo che la capacità di continuare a stupirsi fosse un’abilità dell’anima. Credevo che dare dell’Adulto a qualcuno fosse un’attestazione di stima e di rispetto. Credevo che l’Italia fosse un Paese Misoneista e Gerontocratico. Non è così. L’Italia ama i giovani. Basta solo capire chi siano questi amati giovani [e: no! “Giovanile” non è sinonimo di “Giovane”!]. Se, a grandi linee, la categoria “giovane” parte dai quasiquaranta e arriva ai sessantasuonati – mi dite quando scatta l’ora della crescita? Devo rubarla ai vermi una persona matura? E dove dobbiamo collocarci – nell’alveare di un’adolescenza annacquata all’infinito – ad esempio, noi nati negli anni ’80? Quale culla, cella, cripta? Zigote o Zombie? Dobbiamo contare in progressione o in regressione? Non capisco. Forse mi manca solo la chiave della Conoscenza e tutto questo è solo l’avverarsi di quel ludus puerorum, è solo il come si paupula perla copula degli opposti. Forse quel vecchio e quel bambino che“si preser per mano” si sono fusi nel bambino-vecchio, nel puer senex, nel Paedogeron. E l’alchimia ha annullato ogni anagrafe. Forse bisogna ricalcare l’orma di Orwell e afferrare il suo antivedere: «il non esporre i propri pensieri ad un adulto sembra una cosa istintiva dai sette od otto anni in su».

Forse è tutta colpa di Lorella Cuccarini e del suo «ti prego resta sempre bambino»; forse è la lunga bava del «muore giovane chi piace agli dei»; forse hanno confuso il complesso di Peter Pan con il complesso di Dorian Gray; forse dovranno passare prima parecchi millenni e poi, finalmente, sarà chiaro che la scrittura evolve con l’autore e il suo esperire…

Forse è come quel coccio di vaso con la scritta Kainua: per quanto mi sforzi di accettare la recente teoria, per quanto mi sforzi di accettare l’origine etrusca del toponimo, Genova per me non sarà mai Kainua – Città Nuova. Forse, per me, tutto resta come Genova. Una vecchia città. La Città Vecchia. Che chiude.

«Vecchio professore cosa vai cercando in quel portone?

Forse quella che sola ti può dare una lezione…».

**

M.E.

Scrittura non solo come metamorfosi di immagini ma come tossicofilia permanente. Le parole drogano, distolgono, salvano, ma uccidono. In Trentasette Flavio Caroli ci parla dell’enigma delle ultime ore di vita di alcuni celebri pittori, da Raffaello a Parmigianino, da Van Gogh a Toulouse Lautrec, morti alla soglia dei 37 anni. Tu, ne l’Eretista, accenni ad alcune morti di celebri artisti del Rock da Hendrix a Cobain, che hanno fermato la loro vita, per suicidio o per morte accidentale, a 27 anni. Arte e numerologia, cabala e morte. Ce ne vuoi parlare?

C.D.

«à travers des forêts de symboles», secondo l’infiorescenza perfetta di Zio Baudelaire [tutti dovrebbero adottare uno zio francese, vizioso e geniale, n’est-ce pas?]. Pochi conoscono la differenza tra segno e segnale, ma tutti ne sono soggetti.

L’artista è un simbolo consapevole: smezza la «tessera hospitalitatis», come contrassegno di un patto preciso. Con l’essere umano, con la natura, con il cosmo. Quel che mi cura, mi sana e mi preoccupa, non è la maledizione o la predestinazione, ma la potenza divina dei legami: siamo tutti magneti, qualsiasi cosa scettici obiettino. Un’anima sororale mi avvertì, Arlecchino che dice lo vero scherzando: «la smetti di scrivere il tuo funerale? Quello che crei incide sul creato e non anticipare la fine del tempo concesso». Con l’avanzare dei calendari ho – quasi – smesso di uccidere ogni mio alter rogo, ritrovando quella continuità fluida che non conoscevo, non volevo e non praticavo, brandendo in moto esasperato e vorticoso il mio Mjöllnir, frantumando ad angolo giro per rinascere ogni volta. Pure: il traguardo è risorgere. Una volta per tutte.

Quello che non tollero e non permetto è la riduzione attuata per servire il pettegolezzo morboso: esistono varie forme di suicidio [e quello più pericoloso è quello lento, graduale e dissimulato], ma non per questo deve essere un marchio artistico. Certi facinorosi prezzolati dall’Onorevole Titolistica dovrebbero disprezzarsi e ritirarsi. Lorenzo Pittaluga è un Poeta. Punto. Quale bieca perversione può portare a recintarlo nella voce collettiva «poeti suicidi»? L’ORRORE L’ORRORE L’ORRORE! Perché non demitizziamo Kafka nella selva dei «D.C.A?». Sì, diciamo che Franz soffriva di Disturbi del Comportamento Alimentare e tralasciamo la sua Opera. Non basta una patologia per ESSERE Artista; non basta essere Artista per guadagnarsi un trauma.

Ribadisco, per quanto inutile, che carattere/carisma/catastrofi – sì! – influenzano l’Artista e viceversa, ma ridurre l’Artista alle sue patologie umane è una bestemmia.

Si tratta di categorie. Il personale e il professionale si alimentano e si sbranano a fasi alterne, ma vedere un solo aspetto è mettere al confino. Una dittatura spocchiosa perpetrata da chi, come persona e come professionista, è nulla. E la «gora dell’eterno fetore» pensavo non fosse dimora della critica e della letteratura. Al solito, Dama Daino, si era sbagliata.

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