Homenaje

(per Rodolfo Häsler)

Questa silloge del poeta cubano Rodolfo Häsler, curata e tradotta da Alessandro Prusso, ha un titolo stravagante ed evocativo, Elleife, che nella religione yoruba significa felice responso. Sessantaquattro le poesie che la compongono: il numero perfetto richiama i sessantaquattro esagrammi de “I Ching”, il celebre testo classico della sapienza cinese usato a scopo divinatorio, e le sessantaquattro caselle della scacchiera, simbolo dell’ordine cosmico, della lotta incessante tra bene e male, tra vita e morte.

Häsler, che ricordiamo anche come traduttore del “notturno” Novalis, scrive poesie sincretiche, magiche, eccessive, dionisiache. Ma il suo furore immaginale, l’accesa sensualità delle metafore, contrasta con un fondo torbido, infero, che minaccia la perfezione della bellezza. “Convertire la perfezione in un animale, / nel piacere vorace, senza via d’uscita, / nella farfalla notturna che si disgrega / con la coscienza tranquilla per renderci esangui”. Il poeta è custode di un mondo cupo e illusorio di immagini. “Custodisco una enorme distanza di vento morto, / un inganno, spossessato di vita per quasi tutti”. Il poeta è sospeso all’incanto delle parole come un mago. “Le sue parole rivelarono agli eletti i segreti della creazione, / per tanto, la sua posizione è importante. / Né i suoi piedi, né le sue mani / servono per sostenere la terra”. Il poeta traversa la luce restando sempre attento ai sortilegi dell’ombra. “Rapidamente si allontana dalla luce più cruda / come scorpione attento ad ogni avvenimento del sottosuolo”. Evoca formule rituali, di cui però avverte la misteriosa insensatezza. “Tu dici sette parole / magiche ed un incendio potrebbe spogliarlo / completamente / di significato”. La sua visione del mondo oscilla tra la potenza inebriante dell’emanazione verbale e il disincanto metafisico che spoglia le parole di qualsiasi senso. “Quattro scaloni o quattro volte il numero quattro, /per attraversare nulla più che una porta, / e dall’altro lato impossessarsi degli attributi della forza”. In Häsler è evidente un “furioso affanno per la poesia”, e simultaneamente un’attenzione ossessiva all’atto concreto della scrittura. “Le cavallette e le formiche fanno a pezzi una poesia in / catalano che terminai per il mio compleanno, e sciolte / sulla carta restano le vocali e le consonanti / nel maggiore disordine possibile”. Restando sempre sull’onda delle sue parole, si ha la sensazione che Häsler cerchi una bellezza oscura, onirica, difficile, come un Narciso che si rifletta non in uno specchio tranquillo ma in un’acqua tumultuosa, rischiando di annegare. “Le profonde incisioni che lasciano nella mente / gli incubi senza risultato, / fiori torbidi come l’abbondanza / che dalla finestra, nel bianco davanzale, mi spaventano, / il suono equinoziale del mistero e la vastità, / nella nuova dimensione di Narciso, l’affogato, / nell’acqua greca, / senza ritmo possibile nel respiro”. In fondo alla bellezza fulgida e barocca delle immagini persiste un fluttuare senza senso, una folle ripetizione. “Si avvicina la sentinella che mi libererà dagli anni a venire/ per farmi girare, nel vuoto, mille e mille volte”. Il poeta vive la sua “dolorosa percezione, chiusa, piena di senso”, che oscilla tra il fulgore sacrale e sensuale delle immagini e il pensiero visto come un paesaggio di morte. “L’agonia del pensiero in un paesaggio nero, / disperato per raggiungere la sacra forma del pesce”. “Il cielo va in pezzi in una tenebrosa tempesta di sabbia, / il deserto è nero e i gigli, i giacinti e i sogni altrettanto /neri”.

La potenza del poeta cubano è questo oscillare erotico e dolente tra visibile e invisibile, dentro una “pura pazzia, un segreto, / sogni che nascono e si sfiniscono, / apparenza di fuoco, / il desiderio”. Häsler scrive di aver letto per sette volte la Sura ventisei del Corano, la Sura dei poeti, e che, se fosse in suo potere, ultimata la lettura, farebbe scendere dal cielo un “comando tremendo”, che decapitasse il lettore. Fa sue, con passione e violenza, le parole di Emily Dickinson quando scrive: “Se ho la sensazione fisica che la mia testa è tagliata, / allora questa è poesia”.

(2009)

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