Parola e pericolo

di Alessandra Paganardi

Non più Hölderlin ma Scardanelli, oppure – come si faceva anche chiamare – Kallilusòmenos, “colui che si scioglierà nella bellezza”: che l’eteronimia stessa sia un modo per dominare il pericolo dell’identità congelata nella follia? Vengono in mente, ovviamente, altri, troppo ovvi nomi. “Sogno e manovra”: anche questo dominio che non rinuncia mai a SENTIRE l’eccedenza, che mentre sente è capace di monitorare. “Pericolo”, del resto ha la stessa radice di peirao, tentare e di pèras, limite: una sorta di “vox media”, come se osare e frenarsi fossero diastole e sistole dell’esperienza? Dell’esperienza anche poetica, quella che porta alla sperimentazione di linguaggi al limite del dicibile per tornare sempre indietro al PROPRIO limite, alla parola che si inonda di senso nel confronto con i linguaggi altrui e si dissecca nella conquista mai compiuta, pericolosissima, di un’autenticità poetica?

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