La notte e la luce

di Giovanna Gandiglio

(La notte e la luce, Edizioni Joker, Novi Ligure, 2008, nota di lettura di Sandro Montalto)

Iniziamo con un dato biografico, questa volta: il dato curioso è che Giovanna Gandiglio esordisce in età non certo giovanile nel genere della ghost-story con questo volume contenente quattro storie di pregiata fattura, accattivanti e ben scritte (è nata nel 1921).

L’autrice però non è nuova alla scrittura, ed è da sempre immersa in un clima culturale in fermento: ha cominciato a scrivere nel 1996 producendo diversi racconti lunghi e brevi, sempre di genere gotico-fantastico, ed ha in precedenza scritto un libro di ricordi di frequentatrice dei cinema genovesi degli anni 30-40 intitolato Diario di una bambina degli anni ‘30, in cui evoca le trame degli ultimi film muti e dei primi sonori che vide, bambina, appunto a Genova. In lei si fonde dunque l’amore per la letteratura con quel processo di significazione immediato eppure stratificato che è il cinema, per non parlare dell’amore per la musica (praticato anche personalmente sul pianoforte). Un humus, insomma, che ritroviamo in uno scritto la cui lettura è fondamentale: il capitolo “Giovanna Avalon”, dell’eccellente Il demone accanto di Marco Ercolani (Edizioni dell’Obliquo, Brescia, 2002).

La prima storia de La notte e la luce parla di un giovane psichiatra genovese che vive con autentica passione e coinvolgimento, forse anche troppo, la sua professione e inizia a sentire durante le sedute un rumore come di acque che si infrangono, faticando persino a concentrarsi sulle storie di dolore e depressione che i pazienti gli raccontano. Presto i pensieri del dottore iniziano a focalizzarsi su un amico che vive a Venezia, decide di raggiungerlo e aggirandosi per la città inizia a riconoscere vicoli e calli che popolavano certi suoi sogni. Da qui si dipana una storia tra una dimensione reale discontinua e una dimensione di sogno e di allucinazione che tende a compattarsi, fino allo svelamento finale che porterà alla catarsi e alla guarigione. Questa è la storia che ha suggerito l’immagine di copertina del volume.

Il racconto seguente, La porta verde, è a nostro avviso il migliore: veloce, efficace nella struttura implacabile e nel gergo restituito con effetti concreti, parla di una coppia devastata da ribrezzo reciproco e rancori nella quale nascono da parte della moglie propositi omicidi che si concluderanno con un bel colpo di scena degno di certa letteratura “crudele” sulla scia di Villiers o un certo Poe (e non senza derivazioni poliziesche). Gustosi e colorati i battibecchi fra i coniugi.

Il terzo racconto, eponimo, che ha per oggetto un amore che sembra travalicare i secoli e farsi beffa della distinzione vita/morte, e il quarto intitolato Sacrificio, breve epilogo ancora una volta incentrato sul tema del sogno e su certi oscuri “non-detti”, completano questo libretto piacevole e scritto con percepibile passione, mutuata da un serio dominio delle pulsioni (fondamentale per giungere a un’opera compiuta). Attendiamo, è ovvio, le prossime prove.

(2008)

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