Intorno all’apocrifo

di Dario Capello

La scrittura in definitiva non è nient’altro che una pratica di divisione. Si tratta di solcare, di interrompere una materia piana. Ricorda Roland Barthes che, nei tempi remoti della Cina, si cominciarono a leggere a fini divinatori le screpolature del fuoco sulla materia o le tracce delle zampe d’uccello sulla sabbia.

La scrittura oscilla dunque tra la saldatura e la rottura. In ogni caso c’è una screpolatura che divide.

“Crino” è il verbo greco della divisione; da qui con pochi passaggi è agevole arrivare al senso di termini quali “apocrifo” o “ipocrita”.

Divisione. L’idea di una menzogna consapevole. Forse tutta la letteratura non è altro che questo enorme progetto di nascondimento, prima di ogni altra cosa.

Ciò che l’apocrifo separa è intanto il “testo” dall’io che lo produce. In apparenza, e diabolicamente, qui viene minacciato il principio stesso di identità; ma forse questo è semplicemente smascherato, messo in circolo su livelli diversi o pensato come illusione suprema…

Qui si dice, letteralmente: “vieni, vieni, ti voglio altrove” Oppure: “prova a liberarti da una vera menzogna, se ci riesci…”.

André Gide: “Ah! dover sempre essere da qualche parte! dover sempre essere qualcuno!”.

Persino nel campo giuridico la firma deve essere autenticata. Come se tutti avvertissimo, nel subconscio, quanto è menzognera qualsiasi firma. Falsa coscienza dell’io.

Ipocrita è colui che simula. Ma tutta la pratica letteraria si pone solo un gradino più in là (un gradino decisivo), vuole un gesto di simulazione sfrontata, decisa, un po’ cieca, anche se in fondo non può evitare il rapporto (edipico?) con il plagio, con la maniera, con gli influssi, ecc… Tanti demoni che soffiano all’orecchio.

Comunque deve esserci stato un inizio, una verginità. Qualcuno ha cominciato. Da quale fondo è scattata la traiettoria di risonanze e di suggestioni che ha animato un Rilke, un Kafka?

Ancora Roland Barthes. “C’è una verità nera della scrittura (…) più una scrittura è difficilmente leggibile, più essa è reputata “personale”, capace di rinviare allo statuto dell’individuo”.

L’illeggibilità (penso che qui intenda alludere alla potenza del nascondimento) sarebbe dunque una specie di verità propria, l’essenza di una pratica al limite. (Devo dire che questa è oscura anche a me…),

Giorgio Manganelli: “Possiamo definire la letteratura un adynaton, un impossibile, trasformandola tutta intiera in una figura retorica”. A questo proposito, aggiungo di mio, perché non a un colossale apocrifo? L’opera letteraria per definizione è un artificio che racchiude al suo interno, ma all’infinito, altri artifici.

Comunque, per chiudere in enigmate: non capire è importante. Siamo tutti interlocutori di messaggi criptici e fatali. Provo a immaginarmi davanti al brivido di un verso davvero riuscito: chiarissimo ed inutile capirlo.

Poiché la parola in letteratura non è mai in rapporto con il mondo, ma con se stessa, tutto il linguaggio che ne deriva scivola, scivola verso un qualcosa di distante e intangibile. Nel ritorno al bianco dell’origine, ritorno del testo sul testo, la scrittura scompare e riappare.

Anche l’idea di citazione muove in questa direzione. Fin dall’etimo. “Incita”, “sollecita”, e soprattutto “chiama”, come ancora avviene nel linguaggio giuridico. Una ‘chiamata’ a rispondere.

L’apocrifo testimonia a suo modo ciò che il poeta ha sempre presentito. Intanto il primato del linguaggio rispetto all’io, poi la pluralità dei mondi che fonda il gesto letterario: infine, un certo stato liquido, indefinibile, sfuggente dell’opera.

Dice l’apocrifo: “io sono un’insidia per voi…” e con ciò, paradosso estremo, mette in gioco anche se stesso, in quanto soggetto (io) fittizio e volatile.

Ogni opera scritta in prima persona andrebbe dunque letta in terza. Bisognerà pur provare a non mettere altro Io nel mondo e non mettere nulla là dove c’è Io.

La pulsione al nascondimento è spontanea e naturale in qualsiasi soggetto scrivente. L’autore di un apocrifo si nasconde due volte. Per esser certo di essere smascherato? o perché spinge fino in fondo, un fondo di verità, la sua finzione? Con ciò, egli stesso diventa enigma, preda di un’altra caccia: egli diventa “noi” poiché ha partecipato al nostro stesso rito. L’assunzione dello stesso veleno.

Doppio gioco di maschere. Velando e restando velato, lo scrittore di apocrifi non si accontenta di entrare nell’interiorità di un altro (opera di semplice stregoneria). Vuole di più, vuole entrare con una certa quantità di odio nel linguaggio dell’altro, nel luogo che non ha luogo, solo movimento caleidoscopico di profili.

L’antichissima invenzione della maschera ci avverte, anche al di là del suo uso teatrale, del fatto che l’uomo trascorre la vita volendo essere altro. Non tanto per somigliare ad altro, quanto per negare il proprio profilo.

A chi credesse nella costanza di senso di un termine o di un prodotto linguistico, l’apocrifo è pronto a mostrare, per via del suo stesso movimento falsificante, che il valore linguistico è cambiato. Allo stesso modo si scambiano le valute delle monete giornalmente.

Ma già ogni scrittura davvero poetica sente questa incertezza dei confini di ogni parola. I confini scorrono dappertutto. Fare arte non è altro che esserne consapevoli.

Da un lato, l’ossessione per una parola consumata, corrosa in anticipo, falsa moneta; dall’altro, il mito di una parola assolutamente originale, inedita.

Nell’apocrifo la letteratura è interrogata attraverso il linguaggio, tra opacità e trasparenza. Anche se la trasparenza più netta assottiglia la parola fino a farla divenire diafana, anzi, impercettibile. Scrive Merleau-Ponty: “il trionfo del linguaggio sta nel suo cancellarsi”.

Una ragione dell’apocrifo è nel fatto che è lì a ricordarci di continuo l’impraticabilità dell’immediatezza. A ogni traiettoria artistica necessita quel poco o quel tanto di rifrazione.

Poesia è per prima cosa ascolto, trattenimento delle voci e delle labbra; poi liberazione di un fuoco, quel fuoco che piomba in un attimo sui due versanti delle cose. Si può ricominciare a questo punto, come sempre, dalla cenere.

A volte basta una sola parola.

La parabola dell’espressione letteraria pare seguire uno schema triangolare. Accanto alla parola che si pronuncia e alla parola che si sta per pronunciare, lì, nel mezzo, c’è sempre una parola già pronunciata.

Jean Paulhan: “Sfuggite il linguaggio, il linguaggio vi insegue. Inseguitelo, il linguaggio vi sfugge”.

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